MACAO IN VIAGGIO A CALAIS E DUNKERQUE – GIORNO 4

in , 17 marzo 2016

Non è facile tenere un diario qui. Si fatica a trovare il tempo e spessissimo anche a convincersi di averlo per se stessi, per scrivere qualcosa di personale.
Ma soprattutto un diario significa dare un riscontro al tempo. Mettere una tacca in più. Un altro giorno dal quale non ci si può spostare. No non ho sbagliato a scrivere, proprio un altro lasso di tempo dal quale non ci si può muovere.
Mentre fisicamente nella jungle tutto si sposta. Alacremente. Intere casupole portate a mano nell’altro versante. Sciami di persone che in costante movimento trasportano cibo e qualsiasi oggetto recuperato. Che con fantasia e necessità verrà trasformato in qualcosa di utile.Tutto si muove al di là della polizia, massicciamente presente sia per continuare la distruzione del lato nord sia per prendere le targhe dei volontari.
Sempre più agguerrita nell’allontanamento della jungle. Ci allontana come se un giorno tutto sia abbastanza lontano da evaporare e estinguersi da solo o più semplicemente perché sia sufficientemente fuori portata da non essere più un problema proprio. Un tentativo di riavvolgere velocemente all indietro la pellicola degli sbarchi. E a quel punto resta solo il mare.

14 giorni. Non sembrano molti in un momento storico così lungo.
14 giorni che equivalgono alla scelta forzata di vivere o no. Questo è il riscontro.
Perché 12 persone si sono cucite la bocca e non mangiano ne bevono da 2 settimane. In condizioni estreme, temperature drastiche, stress fisico e mentale indefinibile.
Insomma il tempo medio di una vacanza europea e il tempo per morire qui.

Eppure sembra che nessun media ne parli anche se nel campo la stampa non manca. Non c’è traccia di questo sciopero della fame. Non solo loro hanno la bocca cucita.
E’ difficile scandire il tempo anche per me stessa. Sembra che non basti mai. Si è sempre presi da una sorta di frenesia. Un’energia enorme e condivisa. Che non si ferma al portare aiuti. Non si placa nelle innumerevoli ore passate a cucinare, smistare materiali, costruire e riparare. Ne si placa nel costante lavoro di ricerca e comunicazione. E’ un energia che si crea grazie agli abitanti della jungle che insegnano che non importa quanto sia difficile. Importa avere una vita migliore.
Importa sorridere. Importa essere curiosi.
In fondo qui c’è tutto il mondo.
Personalmente mi trovo in una dimensione spazio tempo surreale e incredibile.
Come moltissimi qui sono disoccupata, nullatenente e con prospettiva future di lavoro in Italia pressoché inesistenti.
E mi sto rendendo conto di avere una cosa importantissima che ai rifugiati viene negata. Ed è sempre il tempo. La possibilità di scegliere come vivere e disporre del proprio tempo.
Senza questa scelta non si ha l’immaginario del proprio futuro. Senza un futuro esiste solo un presente di sopravvivenza. E non per tutti.
Diario di un giorno y da Calais.
Sita

foto di Flavia Sciré

MACAO IN VIAGGIO A CALAIS E DUNKERQUE – giorno 3

in , 17 marzo 2016

Basta poco per sentirsi parte di qualcosa, per ambientarsi, per adattare i propri ritmi e rivalutare la scala delle proprie priorità. Nonostante la permanenza alla wharehouse si rivela estremamente poco confortevole, ci si sveglia la mattina presto carichi ed energici per iniziare un’altra giornata di lavoro.
Oggi non è un giorno qualunque però, perché purtroppo è l’ultima giornata piena che abbiamo a disposizione dal momento che domani a quest’ora staremo già viaggiando verso casa.
In effetti quando ci si immerge in questo tipo di contesti, si inizia a ragionare in funzione delle cose da fare tralasciando tutto il resto. E un po’ anche a noi, è quasi sfuggito il fatto che una delle ragioni per le quali ci siamo messi in viaggio sono gli aiuti. E’ vero che siamo arrivati carichi di donazioni il primo giorno, ma è anche vero che disponevamo anche di una discreta somma di denaro accumulata durante una serie di eventi svoltisi a macao sul tema delle migrazioni e che era arrivato il momento di utilizzarla.
Una cosa interessante che apprendiamo passando del tempo nella wharehouse, è che arriva veramente di tutto e in qualsiasi formato, ma per qualche strana ragione statistica alcune particolari necessità non vengono coperte. Magari mancano le scarpe di numero 42 a fronte di centinaia numero 43 o 41, magari mancano taglie piccole di vestiario a fronte di abbondanza di altre dimensioni e via così. Quella mattina facciamo una chiacchierata con chi si occupa di coordinare gli arrivi di materiali e che ha quindi bene in mente cosa di assolutamente necessario manca in quel momento: si tratta appunto di scarpe di una certa dimensione, biancheria maschile in certe taglie e guanti per il freddo da uomo. Ah, e tonno in scatola! Già perché anche la maggior parte dei viveri sono frutto di donazioni spontanee e spesso mancano piccole quantità di alcuni alimenti per permettere ai volontari di configurare delle razioni di cibo non deperibile da distribuire in momenti di estrema necessità a lato della distribuzione dei pasti caldi quotidiani.
Nel giro di un oretta facciamo ritorno al magazzino con il materiale acquistato ma prima di scaricarlo veniamo coinvolti nella conta di coperte e trapunte. “Ne servono 500 e anche urgentemente” mi dicono mentre parcheggiano un furgone pronto per essere caricato. Non riesco a capire a quale dei campi sono destinate ma con molta probabilità andranno a Dunkerque, luogo nel quale la maggior parte delle energie sono concentrate negli ultimi giorni.
Decidiamo di non seguire il camion verso il campo nuovo ma ci rechiamo nuovamente alla Junglee, sapendo che anche oggi la tensione sarebbe stata molto alta. Quando arriviamo ci sono due grossissimi incendi e un cordone di polizia in assetto antisommossa che impedisce a chiunque di avvicinarsi. Le fiamme sono altissime e si sentono numerose esplosioni provenire dal rogo. Ci spiegano che si trattava di uno dei ristoranti autogestiti del campo, che ha preso fuoco accidentalmente. La cosa sconcertante però è che la situazione non era affatto critica e i presenti stavano iniziando a svuotare la baracca dai materiali pericolosi come le bombole del gas e il legname per i forni, ma la polizia ha immediatamente colto l’occasione per far bruciare l’ennesimo pezzo del campo sud, impedendo l’intervento di chi si era recato sul posto con gli estintori nonché dei vigili del fuoco spesso spettatori inermi dei roghi costanti del campo. Da li a poco le fiamme si estenderanno anche alle piccole abitazioni circostanti costringendo gli occupanti a scappare velocemente lasciandosi ogni cosa alle spalle. La tensione, già alta, sale ulteriormente quando la polizia inizia a trascinare fuori dalle baracche chi si rifiuta di abbandonarle. Dal rogo si alza una colonna di fumo nero di plastica che rende l’aria irrespirabile obbligando tutti ad allontanarsi ulteriormente dall’area, sempre incitati e spinti dagli agenti. Si sentono urla provenire al di la del cordone, al di la del fuoco, dall’altra parte del campo. In lontananza la scia di un lacrimogeno e fischi. Questa è ormai la quotidianità nella Jungle di Calais.

Dopo qualche peripezia, riusciamo a raggiungere il lato opposto, quello dal quale si sentivano le urla, dove però situazione si è completamente riappacificata. Folti gruppi di persone radunati nell’ampia distesa di sabbia circondata anch’essa da un cordone di polizia, si sfidano in improbabili prove sportive. Buffe rivisitazioni di lotta greco-romana, lancio del peso e salto in lungo vengono messe in scena fra urla di tifo, scommesse e risate. La tensione è stata sostituita dall’ilarità. Di nuovo la forza di queste persone, di chi vive in questa condizione da molti mesi mesi, viene fuori tutta assieme lasciandoti completamente senza parole. Tutto intorno, le facce cupe e serie degli agenti, quasi indispettite dall’atmosfera di allegria e distensione venutasi a creare intorno a loro.
Ci spostiamo all’interno delle viuzze del campo per bere un chai. Mi trovo molto più a mio agio accomodato su un tappeto in una di queste baracche-ristorante che nella maggior parte dei locali in cui mi sono seduto negli ultimi anni. Si chiacchiera con tutti e tutti vogliono farci domande: gli Italiani fanno sempre l’effetto di “ah Italia! Milano, Roma, Napoli!”.
Non mi sorprende che moltissime persone, soprattutto di origine afgana, parlino discretamente l’italiano: si tratta di persone con regolare permesso di soggiorno che hanno perso il lavoro o comunque non hanno prospettive al di fuori della stagione estiva. Tutti cercano in un modo o nell’altro di raggiungere il Regno Unito, ma in caso di insuccesso sarebbero pronti a ritornare in Italia. Parliamo con persone che sono state specialmente al sud, nella stagione dei raccolti a lavorare nei campi per pochi spiccioli al giorno. Si parla di Italia, di lavoro, di soldi ma anche di mafie: è qui che realizzo, con molta inquietudine, che molti di loro con le mafie ci hanno avuto a che fare. La cosa più assurda è che tutti, nessuno escluso, considerano queste organizzazioni criminali come qualcosa di positivo, qualcosa che da opportunità… “Italiano! Mafia, mafia buona! Lavoro!”. E’ da queste cose che capisci quando una nazione ha completamente sbagliato le proprie politiche sul lavoro e sull’immigrazione… quando le organizzazioni criminali come quelle di stampo mafioso diventano una speranza concreta persino per persone che arrivano da fuori questi contesti, ti rendi conto di quanto sia necessario buttare via tutto e ricominciare da zero.
Nel frattempo il grande incendio della parte sud è stato domato e il cordone di polizia si rompe ricongiungendo le due parti di campo che erano state isolate per molte ore. La calca per raggiungere le macerie ancora fumanti è piuttosto grossa: tutti si aggirano fra i residui inceneriti delle costruzioni alla ricerca di qualcosa da recuperare che si sia salvato dalla furia del fuoco.
E’ una scena abbastanza deprimente, considerato tutto. Alcuni di loro hanno perso tutto ciò che avevano e che magari avevano impiegato mesi a costruire. Si parla di una piccola attività nel campo, ma anche semplicemente del giaciglio dove coricarsi, di vestiti e oggetti d’uso quotidiano. Nulla è rimasto, spazzato via dall’indifferenza di chi non ha permesso di domare le fiamme ore prima.
Oramai la sera è calata e ci rintaniamo in un altro locale all’interno del campo scambiando parole con attivisti e migranti in un unica lunga tavolata.
Di li a poche ore saremmo stati sulla strada del rientro e nessuno ancora sarebbe riuscito a realizzarlo fino all’istante prima della partenza. E’ impossibile lasciarsi un posto del genere alle spalle. C’è troppo da fare per andarsene via. Come abbiamo fatto a non pensarci? Come abbiamo fatto a convincerci che 4 notti sarebbero state sufficienti? E’ vero, avevamo una missione di consegna di aiuti, ma allora perché non li abbiamo spediti? Perché abbiamo sentito la necessità di venire di persona? Di partecipare attivamente alla quotidianità dei campi?

Forse più dei banali, seppur vitali, aiuti materiali c’era la volontà di vedere e di capire davvero cos’è la Jungle, chi sono le persone che l’hanno costruita e che la abitano ma soprattutto cosa sta succedendo. Perché, nella civilissima europa, migliaia di persone sono state costrette a crearsi un rifugio dal fango e dal nulla? Perché ora che, nell’instabilità totale della loro eterna ricerca di un passaggio al di la della Manica che non arriverà mai, erano riusciti almeno a costruirsi un luogo per l’attesa, glielo stanno radendo al suolo col fuoco?
Quattro giorni bastano a consegnare degli scatoloni, ma non a rispondere a domande come queste e mentre ci allontaniamo dal campo per rientrare alla wharehouse, dove ci aspetta l’ultima notte, si manifesta la convinzione di tutti: presto torneremo qua.
Il rientro purtroppo non si può rimandare, ma si guarda il calendario, si cerca un buco tra i mille impegni di ognuno, si pianifica come ci si potrebbe muovere a brevissimo, nel prossimo futuro.
In fondo Pasqua è vicinissima, con un po’ di organizzazione, magari di aiuto, si potrebbe portare presto un nuovo carico di materiale, soprattutto umano.

Questo breve viaggio ha risvegliato in noi istinti dormienti, che saranno difficili da placare, consapevoli che in quattro giorni non abbiamo visto niente, non abbiamo fatto niente, in proporzione al piccolo universo che abbiamo trovato a Calais.

foto di Flavia Sciré

MACAO IN VIAGGIO A CALAIS E DUNKERQUE – giorno 2

in , 12 marzo 2016

È bello stare in mezzo a tante persone nuove unite sotto il tetto di un obbiettivo comune, ma è anche bello incontrare vecchi amici, insieme per portare solidarietà internazionale in un campo emergenziale nel cuore dell’Europa. La sorpresa del mattino, oltre ad un cielo finalmente limpido, è l’arrivo di un furgone targato Italia carico di aiuti. Sono gli amici di Hope Speranza for Children arrivati in nottata che vengono accolti dal solito entusiasmo dei magazzinieri oltre che dal caffè appena uscito dalla nostra moka. L’ultima volta ci eravamo visti a dicembre, a Macao, per un incontro sulle politiche europee sul tema dell’immigrazione. “Ci vediamo presto!”. Già, si finisce sempre per salutarsi così pur sapendo che in fondo potrebbero passare mesi o anni, ma per una fortunata coincidenza, sono state le prime persone che abbiamo incontrato questa mattina. 

Ci mettiamo d’accordo per incontrarci più tardi alla Jungle, luogo dove di lì a poco ci saremmo diretti. Ottenuto il pass di autorizzazione per entrare con la macchina, guidiamo quei 10-15 minuti che separano la Warehouse dal campo ignorando completamente quello che ci saremmo trovati davanti a breve.

L’arrivo non è per niente simile a quello del campo di Dunkerque: già a qualche centinaio di metri dall’ingresso Sud del campo, decine di mezzi della polizia presidiano l’area e rendendo l’atmosfera piuttosto tesa. Ovviamente veniamo fermati, nessun veicolo può entrare senza l’autorizzazione della polizia. Controllano il nostro pass e ci lasciano passare un po’ stizziti. Seguiamo la strada sterrata e fangosa che porta a quello che un tempo era l’area sud del campo evitando i cumuli di materiale abbandonato, i resti delle baracche demolite e detriti per raggiungere l’Infopoint, una delle poche strutture rimaste ancora in piedi nell’arco di circa 100 metri intorno a noi. La vista è una di quelle che difficilmente si possono dimenticare. Sembra quasi di vedere gli effetti di una frana, con oggetti, vestiti, tende e materiali vari inghiottiti dal fango e dall’acqua. Fa male camminarci sopra, calpestare pezzi di vita di qualcuno che un tempo animava le strade di questa città nella città e che è stato cacciato con violenza.

Veniamo accolti nell’Infopoint da una volontaria, visibilmente provata, ci fa accomodare e ci spiega come vanno le cose e chi possiamo incontrare. All’interno due uomini intorno alla stufa, con delle mascherine da chirurgo sulla faccia, in silenzio. Forse il cartello “HUNGER STRIKE” appeso alla porta si riferisce proprio a loro ma non ci sentiamo di chiedere nulla a riguardo. 

Ci viene suggerito di recarci ad un altro Infopoint, nel lato nord del campo, gestito da un gruppo di attivisti spagnoli, per avere maggiori informazioni sulle attività in corso e sulle loro necessità. Il lato nord, al momento, non è ancora oggetto di demolizione e molte delle persone sgomberate si sono spostate là. Arrivarci non è semplice perché un cordone di polizia in assetto antisommossa impedisce a chiunque di avvicinarsi alla via che porta al lato nord: alle loro spalle infatti, stanno proseguendo le demolizioni e la strada è chiusa. Dobbiamo quindi uscire dal campo e girarci intorno dall’esterno e a mano a mano che ci avviciniamo la landa desolata si trasforma nuovamente in piccola città in fermento. Qua dove lo sgombero non è ancora avvenuto ci si comporta come nulla fosse. Fuori e dentro dalle baracche in legno c’è un gran via vai di persone che trasportano materiali, che si accalcano in piccole file davanti ai negozietti improvvisati o che semplicemente prendono un chai chiacchierando fra loro. In questa parte di esplorazione siamo con Francesca, attivista di No Borders che si trova a Calais da 5 mesi. Ci racconta di quanto sia complicata la situazione all’interno della Jungle, di come si è arrivati persino a scontrarsi all’interno del movimento e della violenza della polizia. Ci racconta anche di dieci migranti in sciopero della fame da alcuni giorni che si sono cuciti le labbra a vicenda per dare più forza alla protesta (ecco il perché delle mascherine).

Li vicino una calca di persone discute animatamente con degli uomini inglesi in divisa: sono ufficiali di frontiera, venuti dall’altra parte della manica per convincere i profughi a chiedere asilo in Francia senza tentare di attraversare il tunnel della Manica.** Un insegnante di inglese siriano, che ci ha accompagnato per un po’, ci raccontava di come molti di loro siano effettivamente riusciti a raggiungere il Regno Unito, ma siano stati riportati indietro in Francia senza uno straccio di documentazione che attesti il fatto che abbiano raggiunto il suolo inglese. Mi chiedo come sia possibile che le autorità possano agire indisturbate e nell’illegalità più totale disumanizzando le persone al punto di portarle avanti e indietro come dei pacchi postali spediti all’indirizzo sbagliato. Mi chiedo dove siano gli osservatori internazionali tanto attivi in alcune parti del mondo e perché chiudono più di un occhio quando si tratta di Europa. Sulla via del ritorno passiamo nuovamente nella zona demolita e tutto intorno persone vagano alla ricerca di materiale da recuperare dal fango per portarlo nell’altra parte di campo. Si vedono gruppi spingere carrelli di legname, portare materassi o addirittura trascinare le pesanti baracche rimaste ancora in piedi per riutilizzarle dall’altra parte del campo.

Vicino a noi, due colonne di fumo nero e fitto si alzano verso il cielo. Prima che la polizia in antisommossa chiuda l’area, si intravedono delle insegne scritte a mano avvolte dalle fiamme. Quelli che furono due negozietti stanno ora crollando sotto al fuoco. Quella che è stata la vita di qualcuno è ora l’ennesimo cumulo di detriti in una distesa di fango.

Accio

#openborders #safepassage

** Francia e Regno Unito nel 2003 hanno siglato un accordo bilaterale (il cd. “La Touquet Agreement”) che prevede per la polizia di frontiera inglese la possibilità di pattugliare nei territori francesi di frontiera (come Calais) con lo scopo di bloccare i migranti verso l’UK. L’accordo, in vigore dal 2005, ha ridotto del 90% gli arrivi di migranti in UK negli ultimi dieci anni. Questo accordo potrebbe essere annullato da parte della Francia nel caso di un Brexit, rendendo così impossibile per agenti UK pattugliare il confine francese. Info: http://www.theguardian.com/world/2016/mar/03/david-cameron-calais-refugee-crisis-francois-holland

Macao in viaggio a Calais e Dunkerque – giorno 1

in , 10 marzo 2016

La città di Calais è una città di passaggio, di gente in transito, attraversata da molti e abitata da pochi.
Quando ci arriviamo è notte, il tempo è pessimo e non sappiamo bene dove dirigerci.  Come usciamo dall’autostrada ci rendiamo conto che sta accadendo qualcosa: i larghi campi e i piccoli boschetti che circondano la strada non sono bui come ci aspettavamo, sono illuminati da un costante lampeggio di luci blu. Decine, centinaia di agenti e mezzi di polizia, piantonano palmo a palmo ogni metro quadrato di terreno intorno a noi. In lontananza si scorge un grande fuoco e tutt’intorno baracche di legno, tendoni e altre strutture parzialmente demolite. Siamo arrivati, quella è la “Jungle”, o almeno quello che ne rimane. Si intuisce che lo sgombero, in corso ormai da diversi giorni e temporaneamente sospeso, è nuovamente in atto. I nostri contatti in loco non stanno lanciando allarmi, dopo un viaggio di 11 ore senza soste decidiamo di accamparci. E’ molto tardi e non è possibile ormai raggiungere nessuna delle strutture gestite dagli attivisti impegnati nella gestione dell’emergenza migranti, dunque passiamo la notte accampati vicino al porto pronti per iniziare l’indomani la nostra prima giornata a fianco di chi, da mesi, sta mettendo anima a corpo nel tentativo di restituire dignità a persone per le quali sembra essere in discussione lo stesso diritto all’esistenza.
La notte passa faticosamente a causa delle cattive condizioni del tempo e della nostra precaria sistemazione ma la mattina dopo siamo in ogni caso pronti ad incominciare la nostra esplorazione.
Il primo posto dove ci rechiamo è la “Calais Warehouse”, il magazzino dove tutto il materiale  viene ricevuto, smistato, classificato e poi distribuito fra i due campi (la Jungle e  Dankerque).
Entrare nella Warehouse fa riaffiorare immediatamente ricordi più e meno recenti ed è difficile descrivere a parole le sensazioni suscitate. Un centinaio di volontari sono impegnati in  frenetiche attività di carico e scarico, smistamento, catalogazione e divisione di una  innumerevole quantità di materiali, dai beni di prima necessità fino al materiale tecnico e tecnologico. Si lavora a ritmi serratissimi e senza sosta.
Scarichiamo il nostro fugrone con il materiale che abbiamo portato in dono da Milano, per la maggior parte abbigliamento e calzature invernali per bambini, carichiamo tutto su un carrello che nel giro di pochi istanti viene trasportato all’interno di questo enorme capannone e preso d’assalto dai vari gruppi che si occupano della prima cernita di materiale. Perdiamo subito di vista tutti i sacchi e scatoloni che abbiamo consegnato il che ci fa pensare che tutto il materiale sarebbe arrivato in poche ore nelle mani (o nei piedi!) di chi ne ha bisogno.
E’ impossibile rimanere in un luogo come questo per più di pochi minuti senza fare nulla quindi nel giro di un quarto d’ora siamo tutti impegnati nelle attvità del magazzino. Non ci sono dei veri e propri coordinatori delle attività, basta chiedere a chiunque cosa ci sia da fare, e si è subito operativi. Chiacchierando con gli altri volontari capiamo che non esiste una vera e propria rotazione di turni, ma ognuno arriva quando può. Molti sono qui solamente da uno o due giorni e già sono in grado di coordinare attività complesse e accogliere i nuovi arrivati. Lavorare in questo contesto ricorda tante belle esperienze del passato dove da un “serve una mano?” a essere parte integrante di qualcosa di nuovo passava a malapena mezz’ora…
Il pranzo è servito! Le cucine lavoravano senza sosta dalla prima mattina per garantire migliaia di pasti caldi per i due campi e una piccola parte viene conservata per i volontari che si prendono giusto il tempo di mangiare e bere un caffè, prima di sparire nuovamente sotto a montagne di vestiti e materiali alte fino al soffitto.
A proposito della cucina, gestita dai ragazzi di Artists in action che avevamo recentemente ospitato a Milano, decidiamo di dedicarci alla distribuzione dei viveri durante il pomeriggio in modo di poter dare anche un primo sguardo al campo di Dunkerque, dove quella particolare partita era diretta e una volta caricato il furgone partiamo assieme a loro.
L’ingresso del campo è presidiato dalla polizia che ci lascia passare senza troppi problemi e raggiungiamo presto l’area di distribuzione vivande del campo. Il campo si presenta come un grosso e fangoso cantiere, con decine di mezzi che vanno e vengono (ripetuto dopo) trasportando materiale e aiuti e centinaia di volontari impegnati in ciascuna attività. Il campo è stato allestito interamente da MSF ma ci spiegano che appena i lavori saranno terminati verrà effettuato un passaggio di consegne all’associazione Utopia56 con i quali dovremmo prendere contatti domani in mattinata.
I pullman di migranti che arrivano dalla Jungle e da altre situazioni temporanee vanno e vengono (cambiare) in continuazione e la maggior parte della gente si accalca sotto una gigantesca tettoia provvista di torrette elettriche per caricare qualche telefono e contattare i propri parenti, molti si trovano al di là dello stretto vivendo con la speranza costante di riabbracciarli.
Il punto di ditribuzione pasti è un vecchio e decrepito furgoncino dei panini, con ancora la scritta hot-dog visibile, si forma una lunga e ordinata coda in mezzo alla distesa di fango dove è parcheggiato.
Poco distanti ci sono le prime unità abitative in legno, appena costruite e già operative nonché alcune strutture in muratura pre-esistenti dove si stanno allestendo le cucine, i magazzini e i locali tecnici per l’autocostruzione.
Passiamo il resto della giornata proprio là, aiutando con la sistemazione e la costruzione di porte in legno per chiudere i locali già molto umidi dove poco dopo verranno riposti tutti i materiali non deperibili di prima necessità (pannolini, assorbenti, coperte, etc..) che arrivano direttamente dalla Warehouse di Calais.
Tutto intorno è un via vai di persone, di partite di calcio improvvisate nel fango, di bambini che si rincorrono e ridono. I bambini ridono sempre, anche nelle situazioni più avverse, basta un pallone o un paio di pattini a rotelle.
Quando fa buio, torniamo di nuovo ai capannoni della Warehouse, dove ci lasciano parcheggiare all’interno per passare la notte in un posto leggermente meno ventoso e più asciutto, insieme ad un’altra ventina di furgoni e camper di persone come noi, arrivate da poco o stabili da mesi, in quello che è il grande dietro le quinte della gestione dell’emergenza.
Una piccola cena improvvisata e ci mettiamo a dormire. Scrivo queste poche rige rintanato nel sacco a pelo. In sottofondo musica, c’è una festa nelle vicinanze, un “happy birthday” intonato a gran voce. Il magazzino è chiuso, le luci spente e la notte cala anche per noi. Domattina alle 9 tutto riapre e questo luogo si animerà nuovamente con la stessa grinta e lo stesso umore di ogni giorno.

Accio 

#openborders #safepassage

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